Un Dio malato che ha bisogno di noi. E noi di lui

Dio non è morto. È malato, e ha bisogno di noi. E noi di lui. Questo il messaggio che arriva dallo spettacolo “Oh Dio mio!” della compagnia Claet di Ancona andato in scena martedì 20 ottobre al teatro i Portici per la settimana edizione del Folle d’oro. Una pièce scritta dalla maggiore drammaturga israeliana moderna, Anat Gov, scomparsa nel 2012, che racconta un vero e proprio genere, il cosiddetto “Jewish humour”. L’umorismo ebraico è caratterizzato da una spiccata autoironia e dal ribaltamento degli stereotipi che gli antisemiti hanno creato negli anni. È anche un lamento che parte dal nonsense per suggerire, evocare e far pensare: l’ebreo litiga con Dio, lo rimprovera, ma capita anche che lo consoli, e che lo canzoni. Così è stato nella pièce della Gov: un’affermata psicanalista (Ella) con un matrimonio fallito alle spalle e una figlia autistica riceve una telefonata da uno strano paziente che ha bisogno d’aiuto. È Dio, in carne e ossa. Il Dio dell’Antico testamento. Sull’orlo di una crisi di nervi chiede di essere psicanalizzato; guarito. Ma diventa allo stesso tempo l’occasione per Ella di essere ascoltata. Il terapeuta e il paziente si confondono, i piani ruotano e l’abbraccio finale tra i due ne sancisce l’alleanza ritrovata. Una mela, donata da Dio, morsa dalla figlia di Ella le restituisce la parola. Guarisce. L’Hallelujah di Leonard Cohen nel finale è l’happy ending che rincuora. Bravi, davvero, i due attori protagonisti: Ilaria Verdini e Diego Ciarloni, che è anche il regista dello spettacolo. La scenografia è scarna, di carta (Kubedesign), come a dire la fragilità, l’equilibrio fra caducità ed eternità. Materia e spirito.

Un jewish humour che rimane nel solco di opere andate in scena sul grande schermo negli ultimi anni come: “Il mio nuovo strano fidanzato” o “Un insolito naufragio nell’inquieto mare d’Oriente”E chissà che Nanni Moretti non si sia ispirato proprio alla pièce di Anat Gov per il suo “Habemus Papam” nell’ideare un Papa neoeletto dal conclave in crisi d’identità, costretto alla psicoterapia per accettare di salire al soglio pontificio.

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